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Proroga IVA per le associazioni: dieci anni per non far fallire il Terzo Settore

 

Proroga IVA per le associazioni: dieci anni per non far fallire il Terzo Settore

Il Terzo Settore italiano chiude il 2025 con una notizia che vale più di molte riforme annunciate e mai digerite: l’obbligo di passare al regime IVA previsto dal Codice del Terzo Settore non scatterà nel 2026, ma è rinviato al 1° gennaio 2036.

Il Governo di Giorgia Meloni fa un grandissimo regalo al mondo del terzo settore: è ufficiale la maxi proroga decennale, ufficializzata dal D.Lgs. 186/2025, che congela uno dei passaggi più critici e potenzialmente distruttivi per migliaia di associazioni di promozione sociale (APS) e organizzazioni di volontariato (ODV). Non è solo una questione tecnica. È una misura che, nei fatti, evita il rischio concreto di fallimenti silenziosi, chiusure forzate e contenziosi fiscali ingestibili per realtà che operano con bilanci minimi, forte dipendenza dal volontariato e competenze amministrative spesso affidate a una sola persona.

Perché questa proroga era necessaria?

Senza il rinvio, dal 1° gennaio 2026 molte associazioni sarebbero state costrette ad aprire partita IVA, emettere fatturazione elettronica e gestire una contabilità IVA ordinaria. Un cambio di paradigma incompatibile con la struttura reale di gran parte del Terzo Settore italiano. Molte associazioni non hanno un ufficio amministrativo, non hanno un commercialista dedicato e spesso non hanno nemmeno flussi economici continui. Hanno, invece, volontari che fanno turni, corsi, attività sociali, assistenza sul territorio. Caricare su queste realtà un impianto fiscale pensato per imprese strutturate avrebbe significato trasformare l’adempimento in un rischio sistemicoLa proroga, in questo senso, non è un privilegio: è una presa d’atto della realtà.

Cosa cambia davvero (e cosa no) dal 2026?

Il rinvio riguarda solo l’IVA. Tutto il resto della riforma fiscale del Terzo Settore entra comunque in vigore dal 1° gennaio 2026.

In sintesi:

  • Le attività istituzionali rivolte a soci, associati e tesserati restano fuori campo IVA fino al 2036;

  • NON c’è obbligo di partita IVA per APS e ODV per queste attività;

  • RESTA l’esclusione IVA per corsi, attività mutualistiche, bar interni riservati ai soci, iniziative associative coerenti con lo statuto.

Questo significa continuità operativa e, soprattutto, prevedibilità, una parola chiave per chi vive di quote, piccoli contributi e autofinanziamento.

Il nuovo regime forfettario: un paracadute reale?

Dal 2026 arriva però una delle novità più rilevanti e concrete: il regime forfettario dedicato al Terzo Settore. Per APS e ODV con ricavi fino a 85.000 euro:

  • 1% imponibile per le ODV

  • 3% imponibile per le APS

È una misura pensata per evitare che le attività “borderline” — corsi aperti, piccole vendite, eventi — diventino una trappola fiscale. Tradotto: meno burocrazia, meno imposte, meno rischio di errori costosi. Per associazioni che vivono spesso con margini ridottissimi, questo può fare la differenza tra sopravvivere e chiudere.

Bar, circoli e il confine sottile del “commerciale”: dove guarderanno le Fiamme Gialle?

Il nodo più delicato resta quello di bar e circoli interni. La linea è chiara ma va maneggiata con attenzione: Se l’attività è riservata ai soci, coerente con le finalità associative e non concorrenziale, resta agevolata. Se è aperta al pubblico, diventa attività commerciale a tutti gli effetti. Qui il rischio non è teorico. È operativo. Basta una gestione approssimativa, un controllo o una segnalazione per trovarsi in una situazione fiscale difficile da sanare, soprattutto per associazioni senza liquidità di riserva. O associazioni che non hanno una assicurazione a tutela degli amministratori…

Meno volontari, più lavoro: il vero tema dei prossimi anni

La proroga IVA dà ossigeno, ma non risolve il problema strutturale che molte associazioni già vivono: ci sono sempre meno persone disposte a lavorare gratis. Il volontariato cambia. Le nuove generazioni chiedono formazione, tutele, rimborsi, talvolta veri contratti. Questo pone una domanda che il Terzo Settore non può più rimandare: come si rendono sostenibili le associazioni quando il lavoro diventa un costo inevitabile?

La risposta non è una sola, ma passa da alcuni punti chiave:

  • pianificare i flussi economici con maggiore consapevolezza;

  • separare con precisione attività istituzionali e attività “a valore”;

  • utilizzare in modo strategico i regimi fiscali agevolati;

  • investire in competenze amministrative minime, anche condivise tra più enti.

Non farlo significa esporsi a errori fiscali che, per realtà piccole, possono diventare irreversibili.

Dieci anni per prepararsi, non per rimandare

La proroga al 2036 non è un “liberi tutti”. È un tempo guadagnato. Serve per mettere ordine, non per ignorare il problema. Il 2026 sarà comunque un anno di transizione: iscrizione al RUNTS, adeguamenti statutari, nuove regole fiscali, fine definitiva delle ONLUS. Chi opera nel Terzo Settore non può più permettersi di navigare a vista. Non può – già da tempo – affidarsi alla preparazione “on board” con volontari a cui viene dato il primo giorno la divisa e il secondo le chiavi dell’ambulanza. Non può più fare formazione senza un percorso di certificazione chiaro. Il legislatore ha capito il rischio e ha scelto di non far saltare il banco. Ma le leggi sono sempre più chiare grazie alle varie pronunce della Cassazione: la responsabilità passa agli enti. Usare questi dieci anni per costruire associazioni più solide, sostenibili e capaci di continuare a fare ciò per cui sono nate. Aiutare le comunità, senza soccombere alla burocrazia.

FONTE



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